Il passeggero americano

Quando ho stampato la carta d’imbarco ho maledetto la compagnia aerea per avermi dato la prioritá per un posto al centro dell’aereo.
Avete mai provato a sedervi al centro? Il dover aspettare che tutti siano andati via prima di poter scendere? Ero affezionata al mio 3C, comodo, vicino all’uscita, 5 minuti netti per essere fuori. Niente. Dopo 10 voli e 8 000 km percorsi, fedele al mio 3C son finita a metá nel posto che piú odio al mondo: il 17 E, quello delle porte di emergenza.
Ricapitolando: posto centrale, porte di emergenza, niente bagaglio, no uscita veloce.
Quando ho stampato il biglietto non avevo idea del pazzesco incontro che avrei fatto. Magari per voi non sará nulla di importante, ma per me lo é stato.
C’era quest’uomo, questo ragazzo, seduto al mio posto. Lo avevo giá visto al gate, in disparte, guardava fuori, sembrava a suo agio niente da dire.
Mi aiuta a sistemare i bagagli e data la voluminosità del mio zaino mi chiede se non ci sia percaso un computer, sono costretta a disilluderlo dicendo che purtroppo sono solo libri, tanti libri. Mi chiede cosa faccio e mi risponde che anche lui ha insegnato, molto tempo fa, inglese. Oh che fortuna! Ho proprio libri d’inglese nello zaino!
“Ok! Allora parleremo inglese! Se parli in italiano non ti ascolto”. Lo ha detto ridendo e non potevo che sorridergli e diventare tutta rossa.
Abbiamo parlato inglese, tutto il tempo.
Io, la ragazzina timida che non parlava, io stavo parlando, in un’altra lingua con uno sconosciuto e non avevo paura di fare errori. Se avessi fatto errori mi avrebbe corretta, non dovevo averne paura e non ne avevo.
Mi ha chiesto ogni quanto torno a casa e dopo avergli risposto ” per le vacanze” si chiedeva quale festivitá ci fosse ora. Gli ho dettoil motivo e pensava fosse una cosa molto dolce. Abbiamo parlato di viaggi, di cittá, del suo lavoro, gli ho promesso di cambiare le mie impostazioni del telefoni, anzi le ho cambiate proprio davanti a lui: ora parla inglese. É possibile che non lo impareró oggi o domani, magari tra un mese.
Inclinava la testa di lato per parlarmi come quando racconti ad un amico qualcosa di stupido o divertente, é un atteggiamento deltutto differente rispetto al “ti parlo guardandoti perché voglio vedere la tua reazione e capire se ci stai”. Mi sono divertita molto, oltre ogni aspettativa, il 17E lo odiavo.
Dopo un’ora e mezza di volo siamo atterrati. Ha inforcato gli occhiali, io il mio zaino; é uscito da coda, io da testa. Siamo tornati ad essere estranei, come nulla fosse, ognuno alle proprie vite anonimi in mezzo agli altri passeggeri.

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Lettera a un Fagiolino

Caro Fagiolino,

Noi ancora non ci conosciamo e passeranno ancora molti mesi prima di poterci incontrare e ancora molti anni prima che tu ti possa ricordare di me, nel frattempo ti scrivo.

Ho scoperto di te quando tutto intorno a me stava cambiando, quando stavo abbandonando la mia zona sicura e mi stavo trasferendo a 800km da te. Ho scoperto di te quando io stessa mi stavo scoprendo, quando ero completamente disorientata da ciò che mi stava accadendo e dalle mille emozioni che provavo. Sei arrivato senza dire nulla, ti sei insediato ai margini delle nostre vite ed hai aspettato ci accorgessimo di te.

Sembravi un piccolo ovetto allungato in mezzo al nulla, come una stella solitaria nel cielo. Non sapevamo nulla di te e ti abbiamo amato anche se eri alquanto strano e non ci somigliavi affatto.

Caro Fagiolino, vorrei prometterti tante cose, vorrei prometterti di esserti sempre vicino, di sorreggerti quando cercherai di stare in piedi. Vorrei accompagnarti alla scoperta del mondo, di gioire nel sentirti pronunciare le prime parole o muovere i tuoi primi passi, ma non posso farlo, non voglio prometterti qualcosa che non posso mantenere. Non voglio illuderti con false speranze. Voglio però tu sappia che cercherò di esserci per te e per i tuoi compleanni, posso prometterti di portarti al cinema a mangiare quintali di caramelle per la gioia del dentista, ma soprattutto di mamma e papà.

Caro Fagiolino, guardati! Sembri un bambino vero, hai due braccia e due gambe, un naso e un bocca. Te ne stai lì ad ascoltare il mondo, a protestare per tutte le cose che vorresti già fare e a scalciare impaziente di uscire, ma è ancora troppo presto. Non avere fretta mio piccolo Fagiolino, non avercela mai perchè al contrario di quanto ti verrà detto, non è mai troppo tardi, qualunque cosa tu voglia fare, chiunque tu voglia essere avrai abbastanza tempo per realizzarlo ed essere felice. Chiunque tu voglia essere, qualunque cosa tu scelga di fare, mio caro Fagiolino non avere mai paura di farla, mai. Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa, se hai un sogno lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa dicono che non la sai fare neanche tu, hai un cervello nella testa, hai i piedi nelle scarpe: puoi puntare nella direzione che vuoi. Sii ciò che tu vuoi, notte nera come rossa aurora.

Caro Fagiolino perdonami, perdona le mie mancanze e i miei difetti, perdona la mia sbadataggine e se a volte mi dimenticherò di telefonarti o ti sembrerò troppo impegnata per ascoltarti. Perdonami se non ti darò dei cuginetti con cui giocare nei pomeriggi d’estate, perdonami per tutti gli errori che farò e insegnami a starti vicino. Io cercherò di spiegarti tutto ciò che so di questo pazzo mondo che hai tanta fretta di sfidare. Spero solo di bastarti.

Caro Fagiolino, tu non ci sei ancora ma io ho già una tua foto accanto al letto, lì dove si tengono le foto degli innamorati e lì sarai sempre, perchè tu non ci sei ancora, ma io ti voglio già un mondo di bene.

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Risveglio

Il tepore. Occhi chiusi e pieghe sulla faccia. La bocca un po’ aperta, un filo di saliva. Il corpo pesante, scomposto che si contrae a un tratto, si cerca. Trova le mani, ripiegate, strette a pugno sotto di sé e poi i piedi, alla fine delle gambe, un po’ aperte.

Sospiro. La cassa toracica si gonfia, contro le braccia. L’aria che entra e allora all’improvviso il riposo si rompe, il corpo si torce, il braccio scivola, le gambe si piegano contro il petto. E mi accorgo di te. Irradi calore.

Respiro pesante, labbra che si schiudono, secche. Sbuffo. Una gamba si piega, mi sbatte contro. E ti accorgi di me. Ti giri su un fianco. La mano si allunga, mi trova, mi cinge. Una testa si abbassa e l’altra si alza. L’alito caldo e la barba contro la mia fronte. Tiri su col naso, sollevi il braccio e ti strofini la faccia. È colpa dei miei capelli se forse sei sveglio. Resto contratta, con gli occhi chiusi, calda, morbida e pesante. Sollevi la coperta. Aria fredda, è giorno, c’è un fuori.  Poi il braccio torna a posarsi addosso a me. Inspiri a fondo e poi di nuovo piano, un po’ con la bocca e un po’ col naso. Torna il tepore.

Occhi chiusi, palpebre incollate. Chissà che pensi. Le gambe intrecciate. Poi altro sonno.

Un rumore, spalanco gli occhi, è tardi? Forse. Aria fredda sul collo, pelle d’oca, la vista si abitua al buio. Il peso del tuo braccio, ci sei ancora. Ti cerco nel buio. La faccia ancora affondata nel cuscino. La pelle rugosa, le sopracciglia arruffate. La palpebra si alza appena appena, guardi verso di me.

“Ciao.”

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Anonimo

Una nonna, un sogno e un cane nero

Mettere nero su bianco la propria storia è come esporre un pezzetto di te al mondo e far sì che occhi sconosciuti puntino il loro sguardo incuriosito quando fino a poco tempo prima ignoravano per fino la tua presenza. Questa storia, la mia storia, questo piccolo frammento della mia vita penso valga la pena di essere condiviso.

Comincia tutto ancor prima che venissi al mondo, ad essere sinceri, ancor prima di essere anche solo lontanamente nei pensieri dei miei genitori.

Si parla di una donna, una donna speciale che io conosco solo tramite i racconti di coloro che hanno avuto il piacere di passare del tempo con lei: mia nonna Anna.

Anna era una di quelle donne bellissime che non di essere tale, che un po’ si vergognano di tutti quegli sguardi di ammirazione che suscita quando passeggia per il quartiere. Dinamica, socievole, spiritosa e ben voluta, ma anche una donna in carriera con una laurea in medicina e una propria attività avviata, mamma e amante dei gatti, perennemente a dieta. Purtroppo era anche gravemente malata e un tumore se l’è portata via quando mio padre aveva a stento 25 anni, togliendomi il privilegio di conoscerla.

Questo è tutto ciò che so’ di lei, inoltre porto il suo stesso nome e pare che abbia ereditato il suo naso.

Pannano gli anni, mio padre cresce e sposa la donna che gli è stato accanto in quei momenti difficili. Nel 1988 nasco io: un concentrato di guance rosa e enormi occhi celesti. Cresco felice circondata dall’amore dei miei genitori e degli adorabili nonni materni, ignorando l’esistenza dell’altra mia nonna, anche perché nessun genitore sano di mente avrebbe turbato una bimba di 3 anni raccontandole di una tale tragedia.

È qui che arriva la parte curiosa della storia.

Una sera di circa 24 anni fa, mamma e papà furono svegliati da una piccola me che in preda a una crisi di pianto si agitava nel suo lettino Foppapedretti per via di un brutto incubo. Avevo sognato che un enorme cane nero voleva mangiarmi e raccontavo imperterrita che nonna Anna era venuta a salvarmi. I miei genitori rimasero sbigottiti e cercarono di consolarmi insistendo con frasi del tipo “Amore volevi dire che è arrivata nonna Rosa a salvarti”, mentre io ripetevo solo il nome di Anna, quando non sapevo nemmeno chi fosse. Vi lascio immaginare la reazione dei miei davanti a questo avvenimento a cui non sapevano dare alcun tipo di spiegazione.

Continuavo a crescere spensierata senza che nessuno mi venisse a riportare i curiosi avvenimenti di quella sera, fin quando intorno ai 9 anni non accadde di nuovo qualcosa di alquanto strano. Era una giornata di giugno e io mi trovavo a casa di mia zia, sorella di mio padre, a giocare felice in giardino con i cuginetti, all’improvviso senza nessun motivo apparente, uno dei loro cani mi si avventa addosso, buttandomi nell’erba e inizia mordermi la spalla destra. Era un enorme cane ero, un alano per la precisione. Poi così all’improvviso, proprio come aveva deciso di attaccarmi, è scappato via ululando spaventato prima ancora dell’intervento dei miei zii che, troppo lontani da dove mi trovavo, avevano assistito impotenti alla scena.

Oggi ho 26 anni, una brutta cicatrice sulla spalla destra e la certezza che se quel grosso cane nero sognato quando avevo sì e no 3 anni non abbia fatto di me un hamburger lo devo solo a mia nonna Anna.

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Anonimo

Hai un momento Dio?

Hai un momento Dio? Se non puoi ti lascio un messaggio in segreteria e lo ascolti con calma.

Mi hanno insegnato che sei in ognuno di noi, ci vedi, ci osservi, ci guidi; che bastava tenere le mani giunte per poter parlare con te, come se quelle mani fossero un filo diretto, una sorta di codice, che ti avvisava della presenza di qualcuno che voleva parlarti, come se si accendesse una lucciola nel buio. Hai mai ignorato una di quelle luci?

Mi hanno poi detto che avrei potuto parlare con te tutte le volte che volevo ma avrei avuto il tuo perdono solo attraverso qualcun altro, così ne abbiamo discusso e abbiamo deciso che io e te avremmo potuto parlare anche se non fossi stata perdonata, perché del tuo perdono non sapevo cosa farmene.

Mi è stato detto che rappresentarti era peccato e vennero stracciati tutti i miei disegni. Mi hanno detto che non dovevo farne perché non eri come noi, che però ci avevi creati a tua immagine e somiglianza ma forse siamo stati noi a crearti a nostra immagine e volevo essere libera di rappresentarti come volevo.

A un certo punto mi hanno detto che eri morto, ma non volevo credergli. Mi hanno detto che non esistevi e gli ho dato il beneficio del dubbio; che avevi altri nomi e ognuno diceva che l’altro era sbagliato, eppure tutti concordavano sul fatto che nessuno fosse giusto. Altri mi hanno detto che la mia lingua era sbagliata e che non era la tua, ma allora che lingua parli? E come fai a capirmi?

Per quanto l’abbia fortemente desiderato, per tutta la mia intera vita, per quanto mi sforzassi, non sono mai riuscita a sentire questo amore per te. Mi sono sempre chiesta cosa si prova ad amarti e me lo sono chiesto in molti modi e l’ho chiesto ad altri. L’ho chiesto a chi la pensava come me e a chi era dalla parte opposta e mi sono detta che forse loro erano sempre stati più coraggiosi di me perché avevano scelto di crederti e seguirti mentre io non ho mai potuto capire il senso di costringere la mia mente ad accettare cose che non intende.

Spero non te la sia presa se ho voluto parlarti come se ci fossi davvero, perché resti comunque il mio personaggio immaginario preferito.

Con affetto.

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Anonimo


Nota dell’autore: Se qualcuno ha qualcosa da obiettare che me lo venga a dire quando condivideremo la vista delle margherite dal lato delle radici.

Eri solo da incontrare

Questa è la storia di un’amicizia nata tra i banchi dell’università.

Una di quelle amicizie che arrivano quando meno te lo aspetti, senza preavviso, ma che ti stravolgono la vita.
Laura e Carlotta, entrambe diciannovenni, due ragazze con le proprie vite e le proprie abitudini, si incontrano in facoltà e da parte di Laura scatta subito qualcosa. Quel qualcosa che ti fa pensare “Ehi questa ragazza è forte, potrebbe essere un’ottima compagna di studi!”. Ma non fu così, o meglio, Carlotta non si rivelò solo un’ottima compagna di studio.
Laura e Carlotta entrarono subito in sintonia. Avete presente due amiche che hanno come unico scopo quello di divertirsi e cazzeggiare? Ecco, loro erano così. Due adolescenti nel corpo di due diciannovenni. Passano giorni, mesi, anni e loro sono più unite che mai. Hanno costruito un’amicizia con la A maiuscola, a caratteri cubitali. Un’amicizia che: “EHI, CHE VUOL DIRE CHE NON CI CONOSCIAMO DA QUANDO SIAMO NATE? NOI SIAMO NOI E GUAI A CHI SI METTE IN MEZZO!” Non è vero che le migliori amicizie sono quelle che nascono nei primi anni di vita. Le vere amicizie sono quelle che non ti aspetti, quelle che ti stravolgono le giornate, quelle che ti cambiano l’umore con un solo sguardo o un semplice messaggio, quelle che si consolidano con l’aumentare dei km di distanza, sono quelle che sai che dureranno per sempre perché già ti ci vedi a condividere la gioia di un matrimonio, la nascita di un figlio o dei nipotini.
La vera amicizia è quella che c’è tra Laura e Carlotta da quattro anni a questa parte perché LORO CI SONO SEMPRE STATE, ERANO SOLO DA INCONTRARE.

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Anonimo

Tutti abbiamo una storia

Tutti abbiamo una storia da raccontare, una storia che ci rende unici ai nostri occhi o a quelli degli altri, storie brutte o belle che siano ci contraddistinguono, sono parte di noi. Ci fanno essere ciò che siamo.
La mia storia comincia ancor prima di venire al mondo, ancor prima che tutti sapessero anche solo che esistessi, quando ero solo una piccola cellula in mezzo a tante altre.
Da bambina spesso mi chiedevo perchè la mia vita non fosse strana, divertente ed eccitante come quella di tutti gli altri, rimanevo ore e ore seduta in un angolino con lo sguardo perso, assente e immaginavo.
Crescendo ho poi scoperto che quelle erano solo fantasie e che la realtà è ben diversa, a volte è più crudele e con una strana ironia, rispetto a  qualunque storia potessi mai inventare.
Avevo una nonna una volta, solo una, solo quella che si può definire tale. Abbiamo vissuto negli stessi luoghi, conosciuto le stesse persone, calpestato le stesse mattonelle e seduto sugli stessi divani.
Abbiamo vissuto vite parallele, ma non ci siamo mai conosciute direttamente.

Cosa vuol dire conoscere una persona? Parlarci? Conoscere le sue abitudini? Sapere come la pensa? Questo vuol dire davvero conoscere qualcuno?

Lei, a modo suo, mi ha conosciuta.

Io la osservo attraverso gli occhi degli altri.

Se n’è andata nel ’91. 5 settembre 1991.

Mia nonna ha sempre desiderato una figlia femmina o almeno una nipote. Aveva avuto ben 8 figli, tutti maschi. Solo 4 sono sopravvissuti e solo 2 si sono sposati. Il primo ebbe due maschi, mio padre ebbe due maschi. A quel punto tutti si rassegnarono, nessuno avrebbe mai scommesso su di me.

Mi è sempre stata descritta come una donna forte, di polso. Come poteva essere il contrario? Vedova con 4 figli e un’attività da mandare avanti. Tutti la conoscevano e le chiedevano un parere. La sua era molto più che una semplice casa.

Gli anni passarono, i nipoti crescevano, lei invecchiava fin quando non morì. All’epoca avevamo una vicina, Silvia, che di tanto in tanto sognava i morti. Non sapeva darsi un perchè, ma conosceva cose che non avrebbe mai potuto sapere in altro modo.
Un giorno fermò mia madre dicendole di aver fatto un sogno, ma prima di tutto le chiese se fosse incinta.

Mia madre aveva 38 anni, aveva scoperto da pochi giorni di aspettarmi, non l’aveva detto a nessuno, neppure a mio padre. Non era neanche sicura di tenermi.38 anni, 2 figli già grandi. Si sentiva vecchia. Non mi voleva.

Immaginate la sorpresa a quell’insolita domanda. Silvia le raccontò di aver sognato mia nonna, l’aveva pregata di dire a mia madre di non abortire perchè sarei stata femmina.
Potete dare tutte le spiegazioni che volete a questo sogno. Io so solo che sono qui dal 3 ottobre 1992, sono viva e sono maledettamente femmina.

Tutti hanno una storia, qual è la tua?

Chiara